05 gennaio 2012

LIBERIAMOCI DA EQUITALIA

IERI TREMONTI, OGGI MONTI E DOMANI SOTTO I PONTI. ( DISOCCUPAZIONE GIOVANILE IN ITALIA AL 30%)

La disoccupazione è salita all'8,6% a novembre, +0,1% in più su base mensile e +0,4% su anno. l'Istat fotografa il livello di disoccupazione in Italia comunicando anche che il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 30,1%, +0,9% su mese +1,8% su anno. Ieri in uno striscione degli operai di Fincantieri in lotta c'era scritto: " Ieri Tremonti, oggi Monti e domani sotto i ponti". La saggezza della classe operaia non si smentisce mai, e la recessione che arriverà favorita prima da Berlusconi Bossi Tremonti e poi da Monti con le loro ricette dettate dalla BCE non farà che aumentare altra disoccupazione a quella esistente.

04 gennaio 2012

Luca Bergo: Com'è facile evadere !

dal sito Lib21: Come si esportano i capitali all'estero e come si evadono le tasse in modo legale? La facilità della procedura descritta da un industriale attraverso un paio di esempi riportati da un nostro lettore è sorprendente, quanto sapere che questa "tecnica" sembra essere molto diffusa. Eppure nessuno ha mai provveduto a impedire o ostacolare queste pratiche. Il continuo drenaggio di ricchezza dall'Italia impedisce che queste cifre possano essere reinvestite nel nostro Paese in innovazione e ricerca, stimolando quella crescita di cui oggi abbiamo un disperato bisogno. Luca Bergo attraverso questo articolo vuole provocare e stimolare una discussione in cui il contributo di qualche economista fornisca i dati necessari a smentire o suffragare le sue considerazioni.

Venerdì mattina, in occasione degli auguri di capodanno, un industriale mi ha raccontato un paio di esempi di come fanno le aziende a esportare capitali all'estero e evadere le tasse, in modo assolutamente legale. Basta costituire due o tre società, una delle quali in un paradiso fiscale. Ecco come si fa.

Mettiamo, ad esempio, una nota azienda di scarpe, vendute col marchio "Made in Italy", ma costruite in Cina. Le compriamo in Italia a 200 € al paio, ma vengono prodotte in Cina, al costo di 20 € al paio. In teoria, l'azienda dovrebbe pagare le tasse su un utile di 180 € su ogni paio di scarpe vendute ....e invece?

Semplicissimo: per prima cosa, quest'azienda costituisce una società in un paradiso fiscale, mettiamo il Lussemburgo, dove si pagano poche o punto tasse. Poi ne costituisce un'altra in Italia, dove come sappiamo le tasse sono molto salate. A questo punto, la società lussemburghese ordina, mettiamo, una nave di scarpe in Cina, pagandole 20 € al paio, e le rivende alla società italiana, al prezzo di 199 € il paio. Le rimane un utile di 179 € esentasse, in un paradiso fiscale. La società italiana quindi, vendendole a 200 €, ha un utile di 1 solo €, sul quale, dedotte le spese, paga le tasse. Le scarpe non devono nemmeno passare in Lussemburgo: la nave cinese le scarica direttamente in Italia, è solo un giro di fatture. Il proprietario è lo stesso, i profitti vanno sempre nelle sue tasche, ma non ci paga le tasse ed è perfettamente legale. Noi paghiamo 200 € un prodotto che ne costa 20, e i profitti finiscono in Lussemburgo legalmente.

Ora, mettiamo una grande industria, con sede e stabilimento in Italia, dove lavorano migliaia di operai, che produca elettrodomestici, con un costo industriale di 500 €, che vengono venduti in Italia a 1000 € l'uno. In teoria, l'azienda dovrebbe pagare le tasse sui 500 € di utili: ma non è così, neanche in questo caso. Perché questi elettrodomestici, prodotti e venduti in Italia, vengono distribuiti e venduti da una società straniera, con sede in un paese dove si pagano poche o punto tasse. Questa società, li compra dalla fabbrica italiana a 501 €, e li rivende a noi al prezzo di 1000 €, ricavando un utile di 499 €.

Anche in questo caso, l'utile resta, legalmente, in quel paese dove non si pagano tasse. Ma qui la situazione è anche più grave, perché alla fabbrica italiana, per ogni pezzo prodotto, resta solo 1 €, troppo poco per fare nuovi investimenti e innovazione.

Il racconto del mio industriale induce a qualche facile considerazione, che mi piacerebbe fosse smentita o suffragata dai dati di qualche economista, di quelli che parlano tutti i giorni di spread, di equità fiscale e di lotta all'evasione sulla grande stampa, in televisione o magari sono diventati ministri della Repubblica:

1) secondo il mio interlocutore, questo trucchetto è estremamente diffuso: in pratica lo utilizzano tutti quelli che possono farlo;

2) in questo modo, un fiume di denaro esce dalle nostre tasche, per finire in paradisi fiscali: un gigantesco drenaggio di ricchezza che lascia l'Italia per non farvi ritorno;

3) se tutti i profitti aziendali restano all'estero, non vengono reinvestiti in innovazione e ricerca: questo vuol dire che non c'è speranza per gli stabilimenti che ancora esistono in Italia, che sono destinati all'obsolescenza e a soccombere nel medio periodo alla concorrenza straniera;

4) quando gli industriali chiedono, e quasi sempre ottengono, maggiore flessibilità e condizioni di lavoro ancora più gravose per le maestranze, non lo fanno necessariamente per riconvertire o ristrutturare la produzione, ma anche semplicemente per estrarre più ricchezza da quel che resta, prima di chiuderlo;

5) se questa è la situazione, forse diventa comprensibile il fatto curioso che nessuno parli di modelli di uscita dalla crisi, di riformare le regole economiche, o di trovare nuovi modelli di sviluppo: che gli importa?

6) se questo fosse vero, l'Italia sarebbe ben presto il primo Paese del primo mondo destinato a scivolare verso il terzo mondo: ma ben presto verrebbe seguita da molti altri, tendenzialmente da tutti;

7) non è detto che gli italiani accettino, ma non è nemmeno detto che se ne accorgano in tempo...

In arrivo un'altra sberla al Pd

Bersani: Monti ci ascolti prima di decidere. Tavoli divisi? Serve buon senso

Altro che telefonate di cortesia per scambiarsi gli auguri, come quelle che Monti ha fatto dopo capodanno ai segretari politici che sostengono il governo. Bersani ora teme un così occasionale collegamento con Palazzo Chigi sulla «fase due», che inizia con l'imminente riforma del mercato del lavoro. E in una lettera a Repubblica (inaugurando una nuova annata epistolare ai giornali) chiede al premier «un rapporto stabile, permanente e ordinato con i gruppi parlamentari», «da allestire anche nella fase ascendente delle decisioni». Tradotto in lingua meno felpata: stavolta eviti di portare in parlamento e alle forze politiche provvedimenti chiusi e sostanzialmente immodificabili. Sul tema, Massimo D'Alema al Messaggero è più tranchant: «Il governo deve cercare di non farsi troppo condizionare innanzitutto da Berlusconi e dalla destra». Perché nei fatti il Monti «tecnico» che non ascolta i partiti infila una dopo l'altra le ragioni della destra. Il pacchetto sul lavoro in lavorazione sul tavolo della ministra Fornero, infatti, per il Pd già si presenta male. È vero che non dovrebbe contenere l'esplicita cancellazione dell'articolo 18. Ma la scelta, ieri ribadita dal governo, di consultare i sindacati per tavoli separati rischia di vanificare tutta la retorica democratica sull'unità sindacale ritrovata dopo la «divisiva» stagione Sacconi. Di più: segnala esplicitamente la continuità con il governo Berlusconi. Almeno nel metodo, fin qui. Fra l'altro quello del «ritorno alla concertazione» era l'impegno che il leader Pd aveva preso in un incontro con i sindacati, lo scorso 14 dicembre. «La questione del formato degli incontri va risolta con buonsenso, senza creare pregiudiziali e divisioni in premessa», dice oggi Bersani. «Voglio credere che nessuno voglia rompere il punto di equilibrio raggiunto. Credo che l'approccio debba essere seguire le cose più semplici e immediate». Il Pd ancora una volta si aggrappa al presidente Napolitano, che ieri a Napoli ha parlato della «visione degli interessi generali del Paese» dei sindacati ed ha citato l'accordo del 28 giugno. Un testo che però è una coperta corta che ciascuno può tirare (e interpretare) come vuole. Maurizio Zipponi, dell'Idv, infatti lo dice : «Il processo unitario del mondo del lavoro e il confronto con le parti sociali sono indispensabili e devono segnare la distanza dalla pratica provocatoria promossa dal precedente governo. L'accordo del 28 giugno scorso è solo un primo passo verso questa direzione: manca il criterio democratico, universale per la validazione degli accordi attraverso il referendum». Di Pietro non fa giri di parole: «Pure le pietre sanno che dividere i lavoratori significa dividere la parte più debole dei contraenti». E l'idea di dividere «è tipica di chi ha paura di confrontarsi» o, meglio, «di chi ha già deciso una scelta e la vuole solo notificare a qualcuno a danno di qualche altro. Vuol dire mettere nelle spalle di ogni lavoratore una spada di Damocle: o accetti o paghi le conseguenze e vai a finire licenziato a casa». Più chiaro di così. Sull'unità sindacale il Pd ha puntato molto, per arginare 'da sinistra' il governo e per contenere le proprie differenze interne. Ma ieri l'unità sindacale ha ricominciato a scricchiolare parecchio: la Cgil ha chiesto con forza una consultazione comune, Cisl e Uil non ne hanno fatto una questione pregiudiziale. Non è un buon segno. Nel Pd dunque l'allarme rosso è già scattato, anche prima che si entri nel merito dei provvedimenti, cosa che succederà dalla prossima settimana. «Il governo non deve dare l'impressione di voler dividere i sindacati», avverte l'ex ministro Cesare Damiano. Anche perché «se si vuole perseguire la coesione, come ha ricordato Napolitano, l'unità e la convergenza delle parti sociali sono la via maestra». E poi ci sono le scelte. Per il Pd «vanno stanziate risorse per ammortizzatori sociali inclusivi e tutelare il lavoro stabile e quello precario che saranno messi a dura prova in un 2012 di recessione. E non può considerarsi chiuso il capitolo pensioni, vanno apportati correttivi». Il guaio è che Monti non ci sente, in questa fase «ascendente» (per dirla con Bersani) della decisione. così Stefano Fassina, il combattivo responsabile economico dem: «La ritrovata unità d'azione delle organizzazioni sindacali è un bene comune che il governo dovrebbe valorizzare per il bene dell'Italia». «Il governo, dopo il brutale intervento sul pensionamento di anzianità, eviti di compiere altri errori. Le condizioni di sofferenza sociale non solo dei giovani ma dei lavoratori definiti in modo offensivo ipergarantiti sono acutissime». Ma il governo ha già deciso di tirare dritto. Grosso guaio per i lavoratori, pensionati e i cittadini tutti. E, in subordine, grosso guaio anche per il Pd.

VENERDI 13 GENNAIO, ore 18:00
Frascati, Sala della Libreria Cavour, Piazza San Pietro.
incontro con
GIULIETTO CHIESA
Giornalista e scrittore, già europarlamentare
"LA CRISI GLOBALE, LE BANCHE E ... LE GUERRE"
Le cause e le prospettive di una crisi globale: chi pagherà la crisi?
a cura di
ENRICO DEL VESCOVO
ingresso libero

Cofferati: “Il Pd deve stare attento alle scorciatoie liberiste”


“Stiamo assistendo a una pericolosa distorsione ottica. Oggi il problema dell’Europa e dell’Italia è creare occupazione attraverso la crescita economica, non stimolare lo sviluppo con nuove regole del mercato del lavoro”. Sergio Cofferati, ex leader della Cgil e oggi europarlamentare del Pd, guarda con preoccupazione al cammino del governo Monti. “Siamo in una fase drammatica di calo dell’economia di tutti i Paesi europei, addirittura di recessione in Italia, con previsioni negative per il 2012 per la stessa Germania. E ci si perde dietro l’illusione della scorciatoia liberista”.

Di quale scorciatoia parla?
Di fronte a un dramma non più incombente ma in atto, con disoccupazione e povertà che crescono, con questo dramma che si sta consumando sotto i nostri occhi, invece di dedicare attenzione alle azioni necessarie per rovesciare la tendenza, c’’è una concentrazione carica di forzature ideologiche sui temi del mercato del lavoro. L’illusione è che flessibilizzare ciò che è già flessibile possa ridare stimolo all’economia.
Un mercato del lavoro più flessibile non incoraggia le imprese ad assumere?
Abbiamo 46 modelli di rapporto di lavoro, il mercato più flessibile del mondo. Un’impresa non assume non per la rigidità delle regole ma perché non ha bisogno di produrre. Di questo dovremmo discutere. Come si crea nuova occupazione? Con un’’antica e solida politica keynesiana, per la quale servono investimenti robusti, pubblici e privati, e incentivi ai consumi. Invece si tagliano i redditi bassi.
Si riferisce all’indicizzazione delle pensioni?
Certo. Un pensionato non ha modo di recuperare potere d’acquisto. Se gli togli la rivalutazione, il valore della pensione diminuirà anno dopo anno. Lo condanni a un calo irreversibile del tenore di vita.
Anche Massimo D’Alema ha notato che non siamo più negli anni ’ 70, quando c’era “un eccessivo potere sindacale”.
Ho ricordi diversi. Negli anni ’ 70 il sindacato aveva problemi enormi, c’era la crisi petrolifera, il ridimensionamento irreversibile di chimica e siderurgia con migliaia e migliaia di persone espulse dal lavoro, fu una fase difficilissima. Inventammo la cassa integrazione e i prepensionamenti come strumenti di difesa transitoria del lavoro, che però esisteva. Il primo accordo sui prepensionamenti l’ho firmato anche io, alla Pirelli nel 1973. La prima cassa integrazione straordinaria l’abbiamo fatta nello stesso anno per la Montefibre. Erano strumenti per un sistema produttivo che non c’è più, oggi il mondo del lavoro è più frammentato. Servono strategie nuove, ma questo governo non mostra nemmeno un barlume.
Che cosa proporrebbe?
L’Europa ha cominciato a indicare strumenti. Gli eurobond aiuterebbero i Paesi in difficoltà, ma aiuterebbero anche la capacità di investire. La Tobin Tax, sulle transazioni finanziarie, genererebbe risorse. E non capisco perché non si faccia una patrimoniale da destinare esclusivamente agli investimenti pubblici, fondamentali per trainare gli investimenti privati.
Queste posizioni vengono stigmatizzate come “arroccamento”. Non c’è un problema politico?
Sì, c’è un problema politico. Se la priorità è lo sviluppo ci vogliono risorse, decidiamo dove prenderle. La Tobin Tax è efficace se applicata in tutti i Paesi europei, perché l’Italia non si batte in Europa per adottarla? La patrimoniale è invece questione nazionale: facciamola.
Il Pd non sembra su queste posizioni.
Il Pd dovrebbe fare questa scelta. Sennò si torna a una discussione vecchia sul mercato del lavoro in una situazione storica nuova che rende addirittura paradossale la discussione stessa. Finiamo per dare un messaggio negativo rispetto alle aspettative di aiuto sulla tutela del reddito e sulla ricerca del lavoro. Dovremmo invece iniziare a discutere seriamente sull’ammortizzatore totale, il reddito minimo di cittadinanza.
Su questi temi la discussione anche dentro il Pd non sembra molto accesa.
La discussione c’è, basta vedere come è stato preso di mira dall’interno il responsabile economico Stefano Fassina. Ma ricordo che pochi mesi fa il Pd ha fatto a Genova una conferenza nazionale sul lavoro, e nei documenti conclusivi c’erano scritte cose molto lontane da quelle che annuncia il governo.
Che però oggi non sono al centro dell’agenda politica.
No. E vedere un governo che apre la disputa sul mercato del lavoro fa un po ’ impressione. Ripeto, l’illusione è che con il liberismo si rimette in moto il meccanismo incontrando meno resistenza. E invece credo che le resistenze saranno molto forti, e comunque non si rimette in moto nulla. Immagino che ci sarà un problema politico.
Vuol dire che il cammino del governo Monti è in pericolo?
La cruna dell’ago è stretta stretta, le forze politiche hanno imboccato un cammino difficile, ci sono cose che non possono fare a dispetto delle sacrosante ragioni delle persone che rappresentano. Qui non si parla di privilegi, la cosa è pesante e ruvida, si chiama lavoro, o ce l’hai o non ce l’hai. Gli ammortizzatori o ce li hai o non ce li hai. Il passaggio chiave è che se il governo punta solo al mercato del lavoro il rischio di involuzione del quadro politico è altissimo.

da Il Fatto Quotidiano del 4 gennaio 2012

Costi altissimi, ma niente tagli alla "casta" delle forze armate


La manovra del governo Monti le spese militari non le ha nemmeno sfiorate. Si tratta di spese ingenti che ci mettono sempre tra i primi 10 paesi al mondo per spesa militare. Spendiamo pro-capite più della Germania. Ce lo possiamo permettere?

Il messaggio di fine anno inviato dal ministro della Difesa Giampaolo Di Paola alle Forze Armate contiene finalmente l'implicita ammissione di una verità di cui i pacifisti e gli analisti più attenti sono consapevoli da tempo: le Forze Armate italiane sono sovradimensionate e bisogna ridurne gli organici. Costano troppo (23 miliardi di euro) e questo anche perché abbiamo troppi soldati e soprattutto troppi ufficiali e sottufficiali. Nonostante questo, la recente manovra del governo Monti le spese militari non le ha nemmeno sfiorate. Si tratta di spese ingenti che ci mettono sempre tra i primi 10 paesi al mondo per spesa militare. Spendiamo pro-capite più della Germania. Ce lo possiamo permettere?
In tutto, 180mila persone che fanno lievitare i costi delle Forze Armate a livelli incompatibili con la crisi economica che stiamo vivendo. Un dinosauro burocratico dove, in proporzione, abbiamo più generali che nell'esercito degli Stati Uniti, più comandanti (ufficiali e sottufficiali) che comandati (soldati) e che non riesce, con 180mila soldati e graduati, ad assicurare un soddisfacente turn over a 8mila militari che si trovano nelle missioni all'estero. Nelle Forze Armate regnano sprechi ed inefficienza, l'operatività è un concetto vago e la parola "casta" può benissimo essere utilizzata per i privilegi corporativi delle sue gerarchie. Per non parlare delle commistioni opache con quel via vai di commesse di armi con al centro Finmeccanica, in questo aiutata da ex generali e capi di stato maggiore assunti all'uopo.
Proprio nel messaggio di Di Paola si dice che la ristrutturazione che aspetta le Forze Armate nel 2012 deve essere all'insegna "della operatività e dell'efficienza", che tradotto in parole povere significa uno strumento militare pronto all'azione nei teatri di guerra, ben armato, integrato appieno nella Nato, pronto a mettersi al servizio di quell'umanitarismo-militare che ci ha visto ben attivi in Kosovo, Iraq e Afghanistan. Non a caso, nonostante la crisi, Di Paola non ha alcun ripensamento sul dispendioso programma dei cacciabombardieri F35 (15 miliardi di euro) e sugli altri sistemi d'arma, né tanto meno su una missione di guerra come quella in Afghanistan, che ci costa centinaia di milioni di euro l'anno. Il rischio è che si voglia ridurre il personale per destinare le risorse risparmiate ai sistemi d'arma. E' più che probabile. Invece bisognerebbe ridurre anche le spese per le armi, a partire dai caccia F35: si tratta di un importo che vale la metà dell'ultima manovra di Monti. Perché il rigore deve sempre valere per i pensionati, i lavoratori, i giovani e mai per le armi ed i militari? Perché si può sempre ridurre la spesa per la scuola, la sanità, il welfare e mai quella militare? Si potrebbe benissimo dimezzare del 50%, senza venire meno ai nostri obblighi internazionali. In tutto 13 miliardi: ecco dove trovare i soldi per fronteggiare la crisi.
Che le nostre Forze Armate abbiano poi un ruolo "di pace" nel mondo è discutibile. Almeno per l'Afghanistan, dove è in corso una guerra da dieci anni e i nostri soldati vi sono pienamente coinvolti. Ma se - come dice Di Paola - obiettivo del nostro impegno nelle missioni all'estero è di portare pace, democrazia e sicurezza alle popolazioni civili, sarebbe stato opportuno dedicare un «commosso pensiero» non solo ai nostri militari morti nella missione in Afghanistan, ma anche alle tante vittime civili afgane causate dal nostro intervento e dai nostri alleati. Si tratta di molte persone e non di "effetti collaterali", la cui vita vale quella come quella dei nostri militari caduti. E, anche per il nostro ministro della Difesa, sarebbe un atto di rispetto ricordarsene in questi giorni festivi di afflato umanitario.

* Sbilanciamoci

Un pugno di società controlla il mondo


Ecco la rete globale del potere finanziario Una ricerca svizzera traccia il quadro delle relazioni tra grandi gruppi: meno di 150 multinazionali dettano le regole del mercato e strozzano la concorrenza: "Controllo sproporzionato, si rischiano ripercussioni disastrose". Unicredit nella top 50 Un pugno di società controlla il mondo Ecco la rete globale del potere finanziario Una cravatta il cui nodo è costituito da un nucleo piccolo ma solido di aziende che, dettando le regole, strozzano la concorrenza e gli Stati. Una rete di controllo di banche e multinazionali che tiene sotto scacco i mercati influenzandone la stabilità. E' l'immagine, colorita ma efficace, che emerge da una ricerca dell'Istituto Federale Svizzero di Tecnologia di Zurigo dal titolo "La rete globale del controllo societario" secondo cui 147 imprese nel mondo sono in grado di controllare il 40% di tutto il potere finanziario. Lo studio, pubblicato da New Scientist, prende in esame le connessioni fra 43.060 multinazionali evidenziando un piccolo gruppo di 1.318 società transnazionali (la cui punta di diamante sono proprio le 147) che esercita un potere enorme, "sproporzionato" lo definiscono i relatori, sull'economia globale. Goldman Sachs, Barclays Bank e JPMorgan sono solo alcuni dei nomi delle corporation, quasi tutte finanziarie, che figurano ai primi 20 posti della "mappa del tesoro". Ma non si tratta della solita tesi complottistica utilizzata dagli analisti per spiegare il saliscendi di titoli che, più che seguire una logica, sembrano obbedire ai comandi della mano di un burattinaio. In questo caso ci troviamo di fronte ad un'analisi che non concede nulla alla speculazione e agli schemi ideologici, ma si basa esclusivamente su dati statistici. Lo studio, infatti, intreccia modelli matematici con un database delle aziende mondiali (Orbis 2007) ricostruendo reti di relazioni e partecipazione che costituiscono nodi di potere sui mercati globali, senza essere frutto di accordi sottobanco. I tre autori (Stefania Vitali, James B. Glattfelder e Stefano Battiston) infatti hanno precisato che tali collegamenti tra compagnie, in una prima fase di crescita economica, possono risultare vantaggiosi per la stabilità dell'intero sistema. In tempi di crisi come quelli che stiamo attraversando, però, queste correlazioni potrebbero risultare molto pericolose perché, come in tutte le concentrazioni di potere, il collasso di una compagnia può avere ripercussioni disastrose sul resto dell'economia del pianeta. "Quali sono le implicazioni per la stabilità mondiale?", si chiedono gli autori. "Si sa che le istituzioni costituiscono contratti finanziari, con diverse altre istituzioni. Questo permette loro di diversificare il rischio, ma, allo stesso tempo, li espone al contagio. In una situazione così interrelata, connotata da forti rapporti di proprietà, perciò il rischio di una contaminazione a catena è dietro l'angolo". Per quanto riguarda l'Italia, oltre a Unicredito Italiano Spa tra i primi 50 gruppi di controllo, lo studio effettua uno screening della struttura del gruppo Benetton che mostra le diramazioni del controllo della capogruppo alle subsidiaries, alle consociate a livello internazionale.