23 giugno 2010

Pomigliano. Il sì del ricatto e della paura non sfonda. Il no degli operai intorno al 40%


di Giuliano Pennacchio

Alle 21 chiusi i seggi. Hanno votato, secondo gli ultimi dati aggiornati, 4.584 lavoratori su 4.821 aventi diritto, pari al 94%. Viene data per scontata l'affermazione del "sì" in un referendum truffa in cui di fatto i lavoratori si dovevano esprimere sulla possibilità di continuare a lavorare o diventare disoccupati. Si tratta ora di vedere quale saranno le percentuali, visto che l'ad Marchionne vuole un trionfo assoluto per dar seguito all'accordo sottoscritto da Film Uilm e Ugl.

A quasi due ore dalla chiusurea dei seggi, ancora non ci sono dati indicativi sulle possibili percentuali. Pare che la conta sia iniziata a partire dal seggio in cui hanno votato gli impiegati e da quello distaccato di Nola. All'uscita dalla fabbrica dichiarazioni contrastanti di lavoratori su come avevano votato, tutte segnate comunque dal pesante clima di ricatto, dalla paura di perdere il posto di lavoro. Qualcuno che ha votato si dice che lo ha fatto per disperazione. Attesa per i risultati anche da parte dei lavoratori degli stabilimenti Fiat di Torino Mirafiori, Melfi, Termini Imerese e della ex Alfa Romeo di Arese.

Il primo dato di una certa consistenza arriva verso la mezzanotte: dopo lo scrutinio di 1400 schede il 70% aveva espresso il si e il 30% il no. Questo dato faceva esultare il ministro del welfare Maurizio Sacconi, secondo cui "Da oggi il paese è più moderno, un fatto storico paragonabile al referendum sulla scala mobile". " A questo - dice il ministro - il 'Lingotto' non può che riconoscere che vi sono tutte le condizioni per realizzare gli investimenti in un contesto di pace sociale".
Dura la presa di posizione del segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, che ancor prima delle apertura delle urne dichiarava che si trattava di "una consultazione illegittima nella quale la libera volontà dei lavoratori viene coartata e distorta". "Il quesito stesso della consultazione - proseguiva Landini - è evidentemente privo di validità. Non si può domandare alle persone se vogliono lavorare o no, quando le condizioni di lavoro sono in deroga ai contratti e alle leggi e in contrasto con i diritti sanciti dalla nostra Costituzione. Un quesito di questo genere è quindi assolutamente privo di validità morale e legale." Cose che per il ministro Sacconi sono come acqua fresca.Lo scrutinio procede con grande lentezza e si prevedono ancora alcune ore prima di avere i dati definitivi.
I risultati arrivano con il contagocce ed i dati reali vengono mascherati con il risultato del seggio degli impiegati che fa gridare al plebiscito ed esultare il ministro Sacconi. La realtà è diversa. Non c’è plebiscito. Marchione non sfonda stando al risultato parziale del voto. Quando mancano poco più di 900 schede ancora da scrutinare i sì si attestano attorno al 68,8% mentre i no attorno al 31,2%. Se si guarda al solo voto degli operai i no salgono al 42%. Queste percentuali dovrebbero rimanere pressoché invariate quando siamo verso la conclusione dello scrutinio


Di seguito la cronaca di una giornata drammatica vissuta a Pomigliano dalle migliaia di lavoratori.

POMIGLIANO D'ARCO (NAPOLI) - Per il referendum, oggi stop alla cassa integrazione, benché la produzione sia ferma. Il Giambattista Vico aprirà le porte alle 5.200 tute blu per un giorno di Wcm, "World class manufacturing", formazione modello Toyota. Contemporaneamente si vota. Dieci le urne aperte dalle 8 alle 21, per tre turni, nella sala un tempo adibita al pagamento degli stipendi. I circa 310 lavoratori di Nola, Polo della logistica, voteranno dalle 12 alle 14 e dalle 14 alle 16. La commissione elettorale, formata da dieci delegati (due per organizzazione, Fim, Uilm, Fismic, Ugl e Slai-Cobas), ha convalidato le 5.200 schede. Ci saranno trenta scrutinatori per turno. Lo spoglio, a cui assisteranno i segretari territoriali e regionali dei sindacati, inizierà subito dopo e già intorno alle 23 ci sarà il risultato.

Nella fabbrica si avverte un clima pesante. I capi girano nello stabilimento ed invitano i lavoratori a votare sì. Nei punti ristoro viene trasmesso un dvd che manda in onda uno spot sulle ragioni del voto, con l’indicazione del sì. A Pomigliano è stata segnalata la presenza di Mauro Boreggio, capo del personale, arrivato da Torino, che darebbe direttamente indicazione ai dirigenti FIAT di come agire in queste ore.
Le”voci” dello stabilimento dicono che c'era aria da caserma, ai limiti dell'intimidazione secondo la Fiom. Un delegato riferisce: "Ci segnalano che a chi dice che voterà no, viene mostrato un tabulato con un elenco di nomi: questo poi lo passiamo all'azienda". Oppure, altra pressione: "Se i sì al referendum saranno al di sotto del 90 per cento, per la Fiat scatta il piano C". "Un ricatto scandaloso", commenta Massimo Brancato, numero uno della Fiom napoletana, che all'assemblea dei delegati nella sede della Cgil, con l'europarlamentare De Magistris, Idv, che ha detto "porterò il caso Pomigliano in Europa", ha portato l'abbraccio di Pietro Ingrao.
Andrea Amendola, della segreteria provinciale di Napoli della FIOM – CGIL, riferisce che è stato chiesto ai presidenti dei seggi di far lasciare fuori dalle cabine i telefonini. Vi era il rischio fondato che le schede venissero fotografate per certificare la volontà del voto.

Il sindacato dei metalmeccanici della CGIL, inoltre, ha convocato a Pomigliano d’Arco un’Assemblea nazionale per il lavoro, per i diritti, per la democrazia. All’Assemblea, che si terrà giovedì 1° luglio 2010, parteciperanno le delegate e i delegati del gruppo Fiat, dei grandi gruppi industriali metalmeccanici e delle aziende metalmeccaniche del Mezzogiorno.

Nella giornata di oggi, va aggiunto, si sono registrate in tutta Italia proteste dei lavoratori contro l'accordo di Pomigliano d'Arco. I dipendenti dell'ex Alfa Romeo di Arese (Milano) hanno bloccato stamani la portineria sud-ovest dello stabilimento; alla Piaggio di Pontedera dalle 9 alle 11 si è scioperato per solidarietà. Ieri, invece, anche alle Meccaniche di Mirafiori c'è stata un'ora di sciopero, con adesione al 50% delle maestranze.

Per le 24 di questa sera si prevedono la conclusione dello scrutinio delle schede ed i risultati del referendum.

22 giugno 2010

EUFEMISMO AD ARDEA : I CITTADINI CONTANO I DANNI...


Se fossimo in un tribunale,per stabilire le responsabilità di chi ha causato o permesso lo stato complessivo in cui attualmente versano Ardea e i suoi abitanti,potremmo puntare un dito sulle Amministrazioni locali e le incaute aspettative della popolazione di Ardea.

Oggi,dopo anni di speranza in una strutturazione di un decoroso tessuto civico divenuto ormai complesso per inadempienze amministrative,riscontriamo nel nostro territorio,una realtà quotidianamente derubata della propria legittima dignità.

Nello specifico,dal 2007,il degrado della qualità della vita degli abitanti ha raggiunto livelli inaccettabili,;

condizione prodotta da scelte e conduzioni di un’Amministrazione locale che si è distinta per una gestione scellerata fatta di sconvolgimenti giudiziari,riprovevoli speculazioni,totale disinteresse per un omogeneo e paritetico rispetto dei diritti dei cittadini.

Oggi leggiamo,in un comunicato stampa del Comune di Ardea,che la giunta decide per un avviso pubblico (dicasi “manifestazione di interesse”)in merito al progetto di realizzazione di un porto turistico,ad Ardea.

UN PORTO TURISTICO??!!

E’ QUESTA LA PRIORITA’ DEL NOSTRO TERRITORIO?!

Ad Ardea,dove ancora oggi la assoluta deficienza di interventi di urbanizzazione nega a molti cittadini le necessità primarie,con una rete fognaria praticamente inesistente e l’inesistenza di un servizio pubblico di fornitura di acqua potabile?

La nostra città(perché ormai con quasi 46.000 abitanti,di città si tratta) paga quotidianamente con i propri morti e feriti sulle strade,il prezzo delle menzogne e delle favole di questa Amministrazione che si impegnò a lavorare per la messa in sicurezza di una rete viaria priva di un regolare e necessario sistema di illuminazione,dove il manto stradale gravemente dissestato raramente e incompetentemente viene ripristinato senza un organo di controllo che effettui verifiche su metodi e risultati delle messe in opera.

Ardea è il Territorio dell’indecenza anche nei confronti di chi muore: i defunti vengono tenuti,anche per lunghi periodi “in sospeso” presso la camera mortuaria per indisponibilità di posti; e l’acquisto di un loculo si può effettuare soltanto presso chi,preventivamente e al solo scopo speculativo ne ha acquistati in precedenza dall’impresa costruttrice; al momento il progetto di costruzione di nuovi loculi è stata bloccata da un intervento investigativo delle Autorità competenti,con la notifica di un avviso di garanzia all’ex Assessore all’Ambiente.

Ardea è il Territorio maltrattato dalla propria Amministrazione che ignora e specula illegalmente anche sull’emergenza abitativa;

Ardea è il Territorio che non ha diritto ad una quotidiana “tranquillità”,costretto a vivere,assistere e subire(nonostante il disperato impegno delle insufficienti risorse delle Forze dell’ordine)il pericolo della convivenza con malavita organizzata e criminalità più o meno locale.

Ardea è il Territorio SABOTATO dall’Amministrazione Locale nelle primarie necessità e assolutamente mortificato e avvilito dalla distanza di un sogno impossibile anche sulle necessità secondarie,come scuole,strutture culturali,sportive,sociali e sanitarie.

Siamo la provincia dalla quale i giovani intenderanno “fuggire”,dove le famiglie si rammaricano di vivere,dove gli anziani restano solo uno strumento occasionale per fare quella politica locale che li dimentica a conclusione delle tornate elettorali.

Viviamo la provincia che non ha spazio per il Turismo,perché non ci sono soldi,ne trasparenza,ne onestà ne impegni alla quale tener fede,in virtù del rispetto al quale OGNI SINGOLO RESIDENTE ha diritto.

Un’Amministrazione faziosa,disonesta e connivente con l’illegalità,che aumenta,giorno dopo giorno,la profondità del baratro in cui NOI,ABITANTI di Ardea stiamo precipitando.

Noi,responsabili di un “incauto affidamento” delle sorti di questa provincia possiamo soltanto prendere coscienza e cominciare a lavorare,in considerazione dei danni subiti e di quello che,irrimediabilmente ancora potrebbe succedere,gridarci a vicenda che è ORA DI RIALZARE LA TESTA.

Cominciamo col chiedere a gran voce le dimissioni del primo responsabile e principale promotore di questo tracollo: Eufemi,Sindaco di Ardea soltanto “sulla carta”.

Alberto Delli Colli
Italia Dei Valori Ardea

21 giugno 2010

NO COMMENT - «Caro Bersani basta con la parola 'compagno'...»


Caro segretario basta con il «compagni e compagne» e con le Feste de l’Unità. La richiesta a Pier Luigi Bersani arriva da cinque giovani dirigenti romani e pugliesi, quelli che «ex» non sono, che al riguardo gli hanno scritto una lettera, cogliendo un sentimento che è anche di qualche «ex» .

Caro segretario, scrivono Luca Candiano, Veronica Chirra, Matteo Cinalli, Sante Calefati e Mariano Ceci, «abbiamo l’età del Pd e vorremmo che anche la nostra tradizione politica fosse quella del Pd. Ti scriviamo perché vorremmo renderti cosciente del nostro disagio di fronte a parole e comportamenti che guardano in maniera ingiustificatamente romantica al passato. Vogliamo parlarti di come questo nostro disagio, di fronte a una nostalgia che acceca la nostra prospettiva del partito e del paese, si stia trasformando in delusione e di come questa delusione ci stia colpendo ai fianchi».

Per loro, spiegano, i «compagni» sono quelli di scuola, ragion per cui chiedono di essere chiamati «democratici». A Bersani chiedono anche di indicare una strada «giusta», e una tradizione «nuova» a cui in quanto «nativi» del Pd hanno diritto e lui «in quanto segretario del Pd il dovere di darci». Idem sentire Stefano Ceccanti, Gero Grassi e Francesco Merlo, a cui non è proprio andato giù quel «compagni e compagne» pronunciato da Gifuni e Bersani.
Fonte L'Unita'

PRC; SIT IN DAVANTI ALLA BORSA DI MILANO, FERRERO; QUI CI SONO PIU' LADRI CHE A SAN VITTORE


«Questa manovra è uno schifo, perchè attacca i lavoratori, i pensionati e lo stato sociale invece di tassare i grandi patrimoni e le rendite finanziarie e tagliare le spese militari»: così il segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero che ha manifestato davanti agli ingressi della Borsa in piazza Affari a Milano per il lancio della campagna 'O la Borsa o la Vità. «Qui ci sono più ladri che a San Vittore», ha detto Ferrero indicando Palazzo Mezzanotte. «La crisi economica è cominciata dalle speculazioni finanziarie, ma il governo, per la legge del cane non mangia cane, se la prende invece con i lavoratori e i pensionati. Noi chiediamo invece il contrasto alle speculazioni, un fisco più giusto, un piano per il lavoro e l'ambiente, il contrasto alla precarietà, il blocco dei tagli a università e scuole e un'economia di pace con il taglio delle spese militari come la missione in Afghanistan o i 15 miliardi di euro per i caccia F35».

18 giugno 2010

UN INUTILE MINISTERO PER L'ATTUAZIONE DEL FEDERALISMO


Aldo Brancher

Aldo Brancher è il nuovo ministro per l’Attuazione del Federalismo del Governo Berlusconi. Questa è la goccia che fa traboccare il vaso. Di tutto ha bisogno questo Paese tranne che di un nuovo inutile ministero, per di più sul federalismo, che un giorno si e l’altro pure questo governo rinnega nei fatti. Ci vengono a parlare di federalismo ma poi ogni loro atto o iniziativa va nella direzione opposta. Ogni giorno lo rinnegano però si inventano il ministero ad hoc. Questa, a casa mia, si chiama presa per i fondelli. In Parlamento, abbiamo appena finito una discussione fasulla sul codice delle autonomie degli enti locali, un provvedimento fondamentale, a detta del governo, per la grande rivoluzione federalista. In realtà, il Codice delle autonomie va nella direzione opposta del federalismo, perché toglie competenze a comuni, province e regioni e dei tanto strombazzati tagli che avrebbe portato con sé ne è rimasto solo uno: un taglio ai tagli, cioè hanno deciso di non tagliare nulla. Per non parlare poi del provvedimento sul federalismo fiscale che abbiamo approvato in Parlamento più di un anno fa ma che ormai è vittima della sindrome del gambero, un passo avanti e tre indietro. A quanto detto prima, si aggiunga il triste capitolo dei finanziamenti per le grandi infrastrutture delle regioni del Nord, sospesi dal governo da più di un anno, quelle stesse regioni dove la Lega fa proseliti ma che in realtà ricevono solo sonore prese in giro da Berlusconi e Tremonti. Si riempiono la bocca di tagli agli sprechi e ai costi della politica e poi vanno ad inventarsi un nuovo ministero “barzelletta”, con un ministro designato di cui poi vi dirò, che comporterà inevitabilmente costi per decine di milioni di euro, tra personale, uffici, strutture, ecc.. Sulla crisi dormono il sonno dei giusti. Però poi sono bravissimi a moltiplicare le poltrone della politica. A chi serve questa ennesima poltrona? Agli italiani o a Berlusconi per tenersi buona la Lega, quella che urla Roma ladrona al Nord, ma che a Roma sta benissimo? Siamo alla solita pagliacciata. Ma ciliegina sulla torta è il profilo del nuovo ministro, Aldo Brancher, colui che, a quanto si legge nei libri di Marco Travaglio e Peter Gomez, è passato dalla prima alla seconda Repubblica attraverso le aule dei tribunali. Scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare, è stato condannato in primo grado e in appello per falso in bilancio e finanziamento illecito al Psi. Brancher si salva in Cassazione grazie alla prescrizione per il secondo reato e alla depenalizzazione del primo da parte del governo Berlusconi, del quale faceva parte. E veniamo alle opere e ai giorni di Brancher degli ultimi anni secondo il Corsera di oggi: indagato a Milano per ricettazione nell’indagine sulla scalata di Fiorani all’Antonveneta e tre mesi nell’ambito dell’inchiesta su finanza e riciclaggio. Ce ne è abbastanza per cominciare a chiederne le dimissioni da domani.

17 giugno 2010

SORPRESA, E' TORNATO CARLO MARX


Riparte la lotta operaia lungo la catena di montaggio che ormai unisce l'est all'ovest. I metalmeccanici cinesi strappano alla Foxconn e all'Honda concessioni importanti verso la creazione di uno statuto dei lavoratori che i nostri operai invece stanno per perdere. Le stesse forze che applaudono alla vittoria cinese in occidente, incitano gli italiani a rinunciare ai privilegi conquistati in decenni di lotte. Ecco l'ultimo atto canaglia dell'economia globalizzata, e per conciliare questi atteggiamenti incompatibili non si esita a suggerire di cambiare la Costituzione. Peccato che questa contraddizione sia irrisolvibile con i tagli alla Costituzione o ai costi di produzione. Non si illudano politici e alcuni industriali: la crisi è sistemica, e se non viene risolta da entrambi i fattori dell'equazione produttiva: capitale e lavoro, tra dieci anni il nostro capitalismo potrebbe non esistere più. I destini degli industriali e degli operai occidentali sono tornati a incrociarsi.

Per vent'anni la formula della globalizzazione è stata: taglio dei tassi d'interesse e delocalizzazione, un'equazione che ha evitato al capitalismo, quello vero, non il suo avatar finanziario, di confrontarsi con il suo nemico numero uno: la caduta tendenziale del saggio di profitto. Marx ne parla a lungo, ma anche Smith e Ricardo accennano a questo virus che si rafforza con il dilagare della produzione meccanizzata. Meno lavoro umano si utilizza nella produzione, meno grasso sarà il profitto; l'uomo e la sua intelligenza hanno un valore aggiunto superiore alla macchina.

Gli asiatici lo sanno bene, noi ce ne siamo dimenticati. La Honda e la Foxconn si piegano ai voleri degli operai cinesi invece che rimpiazzarli con nuove tecnologie o delocalizzare la produzione in Vietnam perché il valore aggiunto della manodopera cinese è ancora imbattibile. Per produrre autovetture ed ipod di prima qualità ci vuole, per dirla alla Adam Smith, la mano "magica" dell'operaio specializzato.

La disputa tra capitale e lavoro alla Fiat è solo l'anteprima di ciò che ci aspetta nei prossimi anni se non ci decidiamo a risolvere il problema della caduta tendenziale del saggio di profitto. Con i tassi d'interesse ormai a zero l'unico modo per contrastarla è tagliare il costo del lavoro, già ridotto all'osso. Delocalizzare in Cina o in Asia non è più così conveniente, ce lo confermano gli scioperi a Shenzhen, si rischia di ritrovarsi con le stesse dispute dall'altra parte del mondo. È vero, ci sono sempre i Paesi dell'ex est europeo: Polonia, Serbia, Slovacchia dove un operaio guadagna ancora 350 euro al mese e dove la vita è quasi tanto cara quanto a casa nostra. Questa la minaccia della dirigenza Fiat: chiudiamo Pomigliano e ce ne andiamo tutti in Polonia, la Panda invece che nel mediterraneo la facciamo a due passi dal Baltico.

Il discorso non fa una piega, peccato che non si sia preso minimamente in considerazione il mercato di sbocco. Ecco l'altro grande ostacolo del capitalismo: il mercato di sbocco, un volano industriale che bisogna conquistarsi con crescente difficoltà. Quello cinese si chiama mercato interno: un miliardo e 300 milioni di operai. Anche in Italia un tempo si chiamava nello stesso modo. Negli anni del miracolo economico la Fiat produceva utilitarie che poi vendeva a quella classe media ed operaia che l'aiutava a produrle.

Il capitalismo, ricordiamolo, prende il nome dal capitale, ma altro non è che il prodotto del rapporto tra questo e il lavoro: l'uno senza l'altro non possono esistere. Se togliamo la fabbrica agli operai italiani e paghiamo 350 euro a quelli slovacchi, la moderna utilitaria chi la comprerà? È una domanda che tutti gli industriali dovrebbero porsi. E prima di guardare oltralpe, facciamo due conti con la concorrenza. La Fiat non è la Toyota che da vent'anni produce macchine ibride, non è neppure la cinese Grenley che si è comprata la Volvo. Non ha né il prodotto, né i muscoli per competere a livello internazionale con i vecchi e nuovi giganti dell'auto. E, ahimé, questo discorso vale un po' per tutta la nostra industria che negli ultimi anni ha perso lustro e fatica a sostenere la concorrenza agguerrita degli asiatici.

La grande sfida della seconda fase della globalizzazione si chiama mercato nazionale, come difendere capitale e lavoro in un'economia mondiale tendenzialmente canaglia? L'Italia non è la Germania, terzo esportatore al mondo, ma è un Paese dove c'è ancora voglia di lavorare, dove la classe media e quella operaia sono più povere che vent'anni fa, dove un insegnante di liceo guadagna 1200 euro al mese. C'è spazio quindi per la crescita economica, ma per averla bisogna che la torta venga divisa più equamente, le briciole non bastano più. Se non lo facciamo, nessuno mangerà più: l'ha predetto due secoli fa Carlo Marx.

Loretta Napoleoni
Fonte: www.unita.it

16 giugno 2010

QUESTO E' IL GOVERNO DELLE BUFALE,DELLE BALLE SPAZIALI


La Carta delle autonomie locali. Così l’hanno chiamata. Doveva servire a riorganizzare, razionalizzare, semplificare e coordinare le competenze e i livelli dei vari enti locali che in Italia sono una marea: comuni, province, regioni, comunità montane, circoscrizioni, bacini imbriferi e chi più ne ha ne metta. Non sono riusciti a fare niente di tutto questo. Eppure in campagna elettorale lo avevamo promesso in lungo e in largo. Quello che, insieme al federalismo fiscale, doveva essere la riforma delle riforme che avrebbe cambiato per sempre la vita degli italiani, è stato ridotto in un patetico spezzatino. La Carta delle autonomie locali ed il federalismo fiscale erano stati annunciati in pompa magna come due binari che avrebbero corso paralleli. Sono diventati come quelli di una vecchia canzone, tristi e solitari. Il governo e la maggioranza hanno partorito il topolino delle autonomie e del federalismo. Non hanno avuto il coraggio di tagliare nulla, non hanno avuto il coraggio di incidere davvero. Hanno avuto solo il coraggio di lasciare tutto come è. Nei vari rimaneggiamenti e passaggi di commissione, la Carta delle Autonomie è stata ridotta in brandelli e privata del cuore e della sostanza della materia. E’ sparita la soppressione delle province, è sparito l’accorpamento delle prefetture, è sparita la semplificazione dei livelli di competenze tra regioni, province e comuni. E’ sparita la riorganizzazione e la riduzione delle migliaia di centri di spesa che succhiano le casse statali, senza di contro fare nulla per favorire o agevolare la vita dei cittadini. Non è stata fatta una sola modifica che possa dirsi sostanziale o dirimente. Tutti i livelli di competenza e, soprattutto, i centri di spesa rimarranno così come sono. Tutti gli enti locali, comunità, bacini, circoscrizioni, municipi, comunità e compagnia bella continueranno a fare le stesse cose di sempre, cioè niente, continueranno a sovrapporsi l’uno con l’altro e, soprattutto, continueranno a spendere allegramente il denaro pubblico. La Carta delle Autonomie locali così come il governo e la maggioranza l’hanno partorita crea le basi per il fallimento del Federalismo che pure Italia dei Valori aveva votato convintamente. Sarà il mercato delle vacche e a pagare saranno sempre i cittadini. Ma una cosa deve essere chiara a tutti: questo è il governo delle bufale, delle balle spaziali, delle rivoluzioni copernicane annunciate e poi puntualmente mancate.
di Massimo Donati

ANCORA UN FLOP DEL CONSIGLIO COMUNALE


Come avevamo anticipato le contraddizioni in seno alla maggioranza sono esplose per l'ennesima volta nel Consiglio Comunale del 15 /6. Argomento del contendere, la solita “ polpetta avvelenata “ lasciata marcire per anni e che puntualmente viene riscaldata e ripresentata quando i soliti personaggi che allora la confezionarono tornano in auge nell'amministrazione comunale. I palazzoni della Nuova Florida, gli scheletrici manufatti datati anni 80 che le amministrazioni di centro destra non hanno saputo risolvere rimarranno ancora li. Monumento alla incapacità ed al degrado al quale questa classe politica ci
ormai abituato. Un Consiglio Comunale, senza la presenza del Sindaco impegnato altrove per motivi professionali , i maligni ritengono che annusata l'imboscata il primo cittadino si sia defilato, si è sciolto per mancanza di numero legale. Alla chetichella tra tirate di giacchette, cellulari infuocati ed espliciti richiami a continuare la seduta i “ RAPPRESENTANTI DEL POPOLO “ ( sic ! ) si sono dileguati lasciando gli scranni vuoti tra gli inviti pressanti di alcuni dirigenti che sollecitavano l'approvazione di una variazione di bilancio per poter attuare alcuni interventi, non ultimo il completamento dell'iter per la definita approvazione da parte della Regione Lazio dei Piani per i nuclei abusivi, già approvati dal consiglio Comunale nel 2004.

Un atteggiamento irresponsabile che tende esclusivamente a riequilibrare poteri di rappresentanza interni, una estenuante trattativa di potere, un esasperato tatticismo che paralizza l'azione amministrativa finalizzata al rimescolamento di cariche politiche e dirigenziali.

Un gioco “ sporco “ che ha caratterizzato la gestione targata Eufemi, che invitiamo a dimettersi per dare ad Ardea una nuova classe politica, un modello nuovo di governo adeguato ai tempi.


IDV ARDEA
Alberto Delli Colli
Valtere Roviglioni