17 marzo 2009

PROGETTO SOLIDALE

PRC - Circolo di Ardea

Le donne del partito della Rifondazione Comunista, del circolo di Ardea, presentano un progetto solidale rivolto a tutte le donne straniere che vivono nel territorio: un corso di italiano gratuito.
L'idea nasce dal presupposto che non parlare bene la lingua del paese in cui si vive, può rappresentare un isolamento sociale, molte delle donne straniere che vivono ad Ardea sono costrette in casa in quanto non hanno gli strumenti linguistici o culturali per una vera integrazione.
L'obiettivo è quello di uno scambio socio-culturale tra donne di varia etnia.
Il cammino per la solidarietà e la conoscenza di realtà tanto lontane tra loro, è lungo e questo corso offerto dalle donne di p.r.c. assolutamente gratuito e tenuto da volontarie vuole essere un primo passo.

Ogni Martedì ore 9,30 in via S. Lorenzo 46
"circolo culturale Agorà"


Barbara Tamanti - Segr. Circolo PRC Ardea
Per contatti: ardea.prc@tiscali.it

LA SCOMMESSA DELLA DECRESCITA

Il 26 febbraio si è tenuto a Roma il convegno "La strategia della Lumaca. Per una società della misura: idee e pratiche di un altro sapere ed un altro saper fare", organizzato dall'Assessorato alle Politiche culturali della Provincia di Roma. Ospite di rilievo è stato il grande economista francese Serge Latouche, teorico di riferimento del Movimento internazionale della decrescita.
Nel corso del convegno si è cercato di spiegare come la crisi economica globale può trasformarsi in una grande opportunità: liberare l'umanità dal mito della crescita illimitata.
Questo è l'obiettivo che si propone di raggiungere il progetto della decrescita o acrescita, che non vuol dire crescita negativa.
Quando, nel XVIII secolo, si è fatta strada in Europa l'economia capitalistica, la scienza che la supportava, l'economia politica, prometteva alle generazioni di allora e alla umanità intera la pubblica felicità. Ai suoi esordi era questo il fine dichiarato del pensiero economico: realizzare attraverso lo sviluppo materiale ed il progresso tecnico una crescita continua della ricchezza, la liberazione dalla povertà e la diffusione del benessere, l'umana emancipazione dai bisogni elementari, l'elevazione culturale di tutte le classi sociali. Si trattava dunque, di un grande progetto di civiltà. Un progetto che, per lo meno in Occidente, a prezzo di asprissime lotte sociali e fra infinite ingiustizie, si è in parte realizzato.
Questo è stata la società industriale come l'abbiamo conosciuta.
Oggi è proprio questo iniziale progetto che si è storicamente esaurito. La crescita continua dell'economia non è più finalizzata alla pubblica felicità, ma è una macchina che deve avanzare per mantenere gli equilibri dei poteri dominanti, che sostituisce con la replica di ciò che è stato (la crescita economica) la mancanza di un progetto di società.
Nel frattempo siamo diventati "tossicodipendenti dei consumi" e siamo caduti nella "trappola della torta", ovvero del Prodotto interno lordo. Nei trent'anni successivi al secondo dopoguerra, i capitalisti ne hanno approfittato per prendersi la fetta più grossa di questa torta, ma non si sono curati del fatto che a poco a poco essa diventava sempre più avvelenata, dall'inquinamento, dalle malattie, dalla distruzione dell'ecosistema, dalle ingiustizie sociali.
Dopo gli anni Settanta le statistiche hanno mostrato che il Pil ha continuato a crescere, ma il benessere vissuto no. Guadagniamo di più ma siamo condannati a spendere di più per riparare i danni della crescita. Ora siamo arrivati al punto nel quale occorre cambiare la ricetta della torta. E questo è ciò che si prefigge il progetto della decrescita.
Questo progetto consta di alcuni obiettivi interdipendenti: rivedere i valori in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra vita, ad esempio l'altruismo dovrà prevalere sull'egoismo, la cooperazione sulla concorrenza, il piacere del tempo libero sull'ossessione del lavoro, il locale sul globale; adattare in funzione del cambiamento dei valori le strutture economico-produttive, i modelli di consumo, i rapporti sociali, gli stili di vita; consumare essenzialmente prodotti locali per ridurre al minimo i movimenti delle merci, evitando così i costi legati ai trasporti (infrastrutture, ma anche inquinamento, effetto serra e cambiamento climatico); garantire a tutti gli abitanti del pianeta l'accesso alle risorse naturali e ad un'equa distribuzione della ricchezza; ridurre sia l'impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre e consumare che gli orari di lavoro; riparare i beni d'uso anziché gettarli in discarica; recuperare tutti gli scarti non decomponibili derivanti dalle nostre attività.
Tutti insieme questi obiettivi possono portare, nel tempo, ad una decrescita serena, conviviale e pacifica. E' una grande scommessa, ma i sostenitori della decrescita sono sicuri che sarà vinta.

Mario Borgo Caratti
Sinistra Democratica Pomezia

QUATTRO PROPOSTE DI LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE

Il Partito Socialista - Sezione di Ardea - informa che dalle ore 9,30 alle ore 13,00 del 21 marzo p.v. organizzerà in Piazza del Popolo ad Ardea una propria postazione per un volantinaggio e per la raccolta delle firme necessarie per la presentazione al Parlamento di 4 proposte di legge di iniziativa popolare.

ASSEMBLEA COSTITUENTE
per la revisione della Costituzione

PER LA RIDUZIONE DELLE TARIFFE
dell'energia elettrica e della telefonia

CONTRO IL LAVORO PRECARIO
per il sostegno dell'occupazione stabile

PATTO CIVILE DI SOLIDARIETÀ
per organizzare liberamente la propria vita

Franco Lo Reto Portavoce Partito Socialista Ardea

TRAMONTO DELL'UNITÀ SINDACALE
GRANDE MANIFESTAZIONE NAZIONALE

La grande manifestazione nazionale indetta dalla CGIL per il 4 aprile rappresenta un'occasione di importanza fondamentale per dare un segnale forte in favore di una inversione di rotta rispetto alle politiche governative in materia di lavoro, e segnalare le gravi conseguenze negative - principalmente per i lavoratori - del tramonto definitivo dell'unità sindacale.
L'accordo separato, stipulato dal Governo con la CISL, la UIL e la UGL, e non firmato dalla CGIL, in nome di una pretesa modernizzazione delle relazioni sindacali e del sistema della contrattazione, in realtà non fa che indebolire il potere d'acquisto dei salari e depotenziare la contrattazione collettiva nazionale, senza nessun reale beneficio per i lavoratori.
Analizzando, sia pur con estrema rapidità, solo due tra i punti più controversi dell'accordo, emerge in tutta la sua evidenza la fondatezza di questo giudizio negativo.
Per quanto riguarda gli adeguamenti salariali, si è proposto il passaggio da un sistema rivelatosi poco rappresentativo della reale dinamica dei prezzi (il Tasso di Inflazione Programmata) ad un indice (l'Indice dei prezzi al consumo armonizzato) sicuramente più attendibile. Pur tuttavia, nella elaborazione di tale indice non dovrà essere compresa la dinamica dei prezzi dei prodotti energetici importati. Se solo si considera quanto pesi sul bilancio familiare il costo della benzina - gli aumenti vertiginosi della scorsa estate sono ancora nei ricordi di tutti - si ha chiaramente la misura di quanto tale esclusione pregiudichi la reale attendibilità di tale indice ai fini di un adeguamento salariale che consenta ai lavoratori di difendere il potere d'acquisto dei propri stipendi.
Se a ciò si aggiunge che il periodo di vigenza della parte salariale dei contratti collettivi viene allungata dagli attuali due anni a tre anni, si ha ancor più chiaramente la misura di quanto tale accordo possa incidere negativamente sul potere d'acquisto degli stipendi.
Il secondo e più grave aspetto negativo dell'accordo riguarda la prevista possibilità per la cosiddetta "contrattazione di secondo livello" di prevedere deroghe peggiorative rispetto a quanto pattuito in sede di contrattazione collettiva nazionale.
Si tratta di un disegno che ha radici antiche e che mal tollera il ruolo fondamentale della contrattazione collettiva nazionale, preferendo forme decentrate di contrattazione, principalmente a livello aziendale, dove i rapporti di forza tra datore di lavoro e lavoratori sono fortemente sbilanciati in favore del primo, e ciò in nome di una deregolamentazione che dovrebbe di per sé sola incentivare alla crescita, ma che in realtà ha come unico scopo il depotenziamento della forza di negoziale dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali.
Se poi si pensa al fatto che la contrattazione a livello aziendale ha una diffusione abbastanza limitata e che l'accordo separato in realtà non contiene alcuna disposizione volta ad incentivare effettivamente tale livello di contrattazione, ma anzi estende sgravi e benefici anche alle erogazioni unilaterali da parte delle aziende, è evidente che l'accordo in realtà mira ad indebolire l'efficacia vincolante dei contratti collettivi nazionali senza in alcun modo garantire alcun potere negoziale ai lavoratori, nei livelli decentrati.
Queste sono solo alcune delle motivazioni che hanno spinto la CGIL a non firmare l'accordo, sul quale peraltro i lavoratori non sono stati chiamati in alcun modo ad esprimersi prima che venisse siglato.
Si tratta di un'altra tappa nel processo di progressivo attacco al potere rappresentativo delle organizzazioni sindacali, alla capacità negoziale dei lavoratori ed alle loro sicurezze, aggravato dal compimento di quell'opera di rottura dell'unità sindacale che in passato ha garantito forza e compattezza nelle rivendicazioni e nelle lotte più aspre. In tale processo il Governo Berlusconi è scientificamente impegnato e procede con assoluta determinazione, nell'attonito silenzio o nei dubbiosi tentennamente dell'opposizione parlamentare.
Altra cosa è modernizzare le relazioni sindacali, la forma della contrattazione, per renderla adeguata alle nuove sfide lanciate da un mercato del lavoro e da una realtà produttiva profondamente mutate rispetto al passato. Si tratta di un processo necessario, che non può tuttavia essere condotto con l'occhio rivolto unilateralmente in direzione di una restrizione dei diritti e della forza contrattuale dei lavoratori.
La Sinistra ha un ruolo importante di sostegno alla battaglia condotta dalla CGIL, non in nome di un inutile e forse anche dannoso collateralismo, ma nella convinzione della fondatezza dei motivi di critica profonda rispetto ad un accordo profondamente negativo per le lavoratrici ed i lavoratori.

Walter Bianco
Coordinatore Sinistra Democratica
Circolo di Pomezia

16 marzo 2009

UN NUOVO INTERVENTO PUBBLICO IN ECONOMIA

Le centinaia di migliaia di lavoratori che hanno perso il lavoro nei primi mesi di quest'anno rappresentano plasticamente la gravità della crisi.
Una crisi che non è caduta dal cielo, non è il frutto di qualche cattivo banchiere che ha falsato le regole del gioco; una crisi che è il frutto proprio di quelle politiche liberiste che i capitalisti hanno portato avanti dagli anni '80 e che sono state condivise a livello politico sia dal centro destra che dal centro sinistra. Al centro di queste politiche abbiamo avuto la finanziarizzazione dell'economia e la sistematica compressione dei salari, delle pensioni e dello welfare. Politiche tutte orientate all'esportazione e alla speculazione finanziaria a breve hanno prodotto la situazione attuale: le banche sono piene zeppe di titoli che non valgono nulla e milioni di lavoratori non hanno i soldi per arrivare a fine mese, cioè per comprare le merci e i servizi che producono. Questa crisi è quindi una crisi del meccanismo di accumulazione capitalistico, non solo una crisi economica ma ambientale e alimentare. Da una crisi di questa natura non è possibile uscire senza una radicale messa in discussione della distribuzione del reddito e del potere e senza riprogettare il modello di sviluppo: cosa, come, per chi produrre. Se non si affrontano tali nodi, l'idea che la crisi sia destinata dopo un po' a risolversi "da sola" e che quindi si tratti solo di aspettare, è sbagliata.
Da questo punto di vista è evidente che la politica che sta facendo il governo Berlusconi non è finalizzata all'uscita dalla crisi da piuttosto all'uso della crisi a fini politici.
Berlusconi sta usando la crisi per costruire una organica svolta a destra: presidenzialismo, distruzione del sindacato, attacco ai diritti sociali e civili, aggressione all'ambiente e sua mercificazione, promozione di ideologie razziste, sessiste e clericali come "religione civile" del paese.
Le ideologie reazionarie non sono un optional di questa politica: costituiscono il collante ideologico che permette di costruire consenso anche tra chi vede peggiorare la propria condizione. Bossi e il Papa svolgono la funzione deleteria che hanno svolto i nazionalisti e i nazionalismi all'inizio del ‘900. La gestione autoritaria della frantumazione del conflitto sociale è l'obiettivo berlusconiano: il clerico fascismo per l'appunto. L'obiettivo della destra non è quindi l'uscita dalla crisi ma l'uso della stessa per costruire un regime reazionario.
Per uscire dalla crisi a sinistra e quindi per sconfiggere il progetto berlusconiano è quindi necessario costruire un movimento di massa per l'alternativa. Senza un progetto alternativo che unisca la difesa degli interessi materiali immediati ai valori civili e la proposta di uno sviluppo alternativo, di una rivoluzione ambientale e sociale dell'economia, non è possibile uscire positivamente dalla crisi.
Per questo dobbiamo far vivere dentro le lotte, a partire da quelle organizzate dalla Cgil e dal sindacalismo di base, la costruzione di una piattaforma di alternativa: pesante redistribuzione del reddito e salario sociale per tutti i disoccupati, intervento pubblico in economia per praticare la riconversione ambientale e sociale della stessa, proposta di un nuovo umanesimo laico che veda nell'autodeterminazione degli uomini e delle donne il punto focale. Per superare la frammentazione sociale e la guerra tra i poveri è decisivo che una piattaforma concreta di riunificazione sociale viva dentro la costruzione delle lotte.
Per questo dobbiamo proporre a livello europeo una radicale messa in discussione dell'Europa di Maastricht, costruita da socialisti e popolari, che ha costituzionalizzato il neoliberismo e il cui monumento è la Banca Centrale Europea, dove un pugno di tecnocrati decidono delle nostre vite senza alcun vincolo democratico e sociale.
La tassazione delle rendite finanziarie, la tobin tax sulle transazioni speculative, la rottura di ogni relazione finanziaria con i paradisi fiscali, la possibilità per i lavoratori di tornare in possesso del loro Tfr abbandonando i Fondi Pensione sono tutti elementi di questo disegno che dobbiamo far valere nelle lotte e nelle elezioni europee.
Il punto centrale di questo progetto è la proposta di un nuovo intervento pubblico in economia. Berlusconi propone un intervento pubblico distruttivo delle relazioni sociali e dell'ambiente: dal via libera alla speculazione edilizia alle centrali nucleari. Noi dobbiamo proporre un intervento pubblico che, a partire dalla nazionalizzazione delle banche e dallo stop ai
contributi alle imprese, attivi ricerche e produzioni finalizzate alla soddisfazione dei bisogni sociali e non ai profitti.
Il livello europeo e quello delle lotte sono i terreni decisivi per la richiesta dell'alternativa. Uscire dal chiacchiericcio del bipolarismo tra simili che caratterizza il dibattito politico italiano e far emergere la concreta urgenza dell'alternativa nelle lotte e nella campagna per le europee è il nostro compito.

Paolo Ferrero

15 marzo 2009

MARRAZZO, ORA CHIEDA A SORGENIA DI SOSPENDERE I LAVORI

A cinque mesi dalla chiusura dei tavoli regionali sul monitoraggio ambientale e sulla trasparenza amministrativa relativamente alla realizzazione della centrale turbogas di Aprilia, la Rete dei Cittadini, appresa la notizia della richiesta di approfondimenti che il presidente della giunta regionale Piero Marrazzo ha inoltrato alla direzione regionale ambiente, al dipartimento epidemiologico della Asl Rm E ed alla società Sorgenia, in considerazione della necessità di garantire la tutela dell'ambiente e della salute della popolazione di Aprilia, raccoglie con favore l'atteggiamento di responsabilità del governatore della Regione seppur con qualche elemento di perplessità.

Dalle dichiarazioni alla stampa, si evince la convinzione dell'amministrazione regionale che la Turbogas di Aprilia non possa non essere realizzata. Una decisione così importante per la vita dei cittadini dovrebbe essere presa solo a valle di un studio complesso e approfondito dell'impatto ambientale sul territorio ed i suoi abitanti, che preveda in conclusione anche la c.d. "opzione zero", prevista dalla legge.

Sembra invece che il presidente Marrazzo, data a suo avviso per scontata la costruzione di questa opera privata, voglia tranquillizzare la popolazione, con richieste di dati agli Uffici e alla Società stessa, che saranno raccolti solo in un prossimo futuro, mentre il cantiere, la cui apertura a tutt'oggi è oggetto di indagini della magistratura, va avanti inesorabilmente, rischiando di compromettere definitivamente il territorio vincolato.

"Alla luce delle preoccupazioni legittimamente manifestate dal governatore, attese le gravi incertezze rispetto alla sicurezza ambientale ed alla salute dei residenti, ma più in generale alla effettiva opportunità della realizzazione della centrale Turbogas, il Presidente Marrazzo – dichiara Rita Leli Presidente della Rete dei Cittadini contro la Turbogas di Aprilia - chieda responsabilmente a Sorgenia di fermare i lavori sin tanto che non saranno resi noti gli esiti degli approfondimenti richiesti, nonché ai dipartimenti regionali competenti di provvedere in autotutela, senza ulteriore indugio, sospendendo l'efficacia del parere favorevole sulla valutazione di impatto ambientale".


LA RETE CITTADINI CONTRO LA TURBOGAS DI APRILIA

14 marzo 2009

IL PROGETTO PER LO SPOSTAMENTO
DEL FOSSO DELLA MURATELLA


Questo è il progetto illustrato al Sindaco Eufemi e al dr Capponi del Consorzio di Bonifica Pratica di Mare nell'ultimo incontro del 20.2.2009 e fino ad oggi il CdQ Castagnola è stato l'unico ad aver presentato una proposta per il risanamento del territorio.
Lo spostamento dell'alveo del Fosso della Muratella consentirebbe:
  1. di mettere in sicurezza la zona, scongiurando futuri episodi di esondazione che di certo si verificheranno se non si interviene preventivamente per evitarli;
  2. di trasformare l'attuale alveo nel fossato per accogliere le tubazioni dell'impianto fognario che da anni i cittadini attendono avendo già pagato i relativi oneri di urbanizzazione;
  3. di rendere le costruzioni sorte in prossimità del Fosso sanabili dal punto di vista urbanistico consentendo così di ristabilire la legalità nella zona;
  4. di realizzare una fascia verde di circa 50 m di larghezza per 1 km di lunghezza ove posizionare un parco giochi, una pista ciclabile e arredi urbani che migliorerebbero la vivibilità del Quartiere.
Il CdQ Castagnola, inoltre, si impegna fin da ora a denunciare alle Autorità competenti eventuali future violazioni controllando quotidianamente il rispetto della Legge e il decoro della Zona Verde.
I costi per la realizzazione dell'opera non sono astronomici in quanto i terreni ad est dell'attuale alveo sono agricoli e privi di costruzioni e anche dal punto di vista tecnico non si presentano particolari difficoltà.
Quella che temiamo possa mancare è la volontà politica di realizzare questo o un qualsiasi altro progetto che affronti in maniera organica i problemi del Quartiere.
La nostra esortazione è quella di programmare interventi che, dicendo chiaramente NO a qualsiasi ipotesi di demolizione, consentano di affrontare serenamente il futuro e non arrivare impreparati alla prossima inevitabile emergenza.

COMITATO DI QUARTIERE CASTAGNOLA - Via della Vite, 10 - 00040 - ARDEA (RM)

10 marzo 2009

LO SCERIFFO DI PONTE GALERIA

Lo sceriffo di Ponte Galeria
Cronaca di una visita al Cie


Un sopralluogo al Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria alle porte di Roma. Una zona grigia di cui i migranti non hanno diritti, e oscuri poliziotti decidono su tutto. E maltrattano i consiglieri regionali

Gli appunti ci sono stati stracciati, la penna tolta di mano, siamo stati spinti oltre i cancelli e ammoniti a non farlo mai più. Si è concluso così il sopralluogo al Cie [Centro di identificazione ed espulsione] di Ponte Galeria, a Roma. Non era la prima volta che andavamo nell'ex Cpt della capitale né la prima che mettevamo piede in uno dei dieci Cpt attualmente funzionanti in Italia [ma se ne prevede la costruzione di altri nove]. Ma è di certo la prima volta che veniamo trattati in questo modo. Eppure, ci eravamo andati con tutti i crismi dell'ufficialità: due consiglieri regionali che si sono fatti precedere da una lettera al prefetto, due accompagnatori, due inviati dal Cerimoniale della Presidenza del Consiglio regionale. Ciononostante, al funzionario di polizia in quel momento responsabile del Centro, dottor Baldelli, al quale sarebbe più congeniale la definizione di sceriffo, c'è voluto più o meno un'ora e mezza per decidere che le autorizzazioni non erano «taroccate» e che potevamo entrare.
A quel punto, e non senza un giro vorticoso di telefonate, ci ha scortato assieme a un suo solerte «uomo» e a un silente vice direttore della Croce rossa, senza mai perderci di vista. «Ma cosa esattamente volete visitare?». Ci ha chiesto più volte. E noi: «tutto». «Ma alcuni settori non sono consentiti neppure al Garante dei detenuti», risponde. Poi, quando lo incalziamo per sapere di quali settori stia parlando, si corregge, cambia argomento. Prima tappa: le donne. «Siamo consiglieri regionali - diciamo - avete qualcosa da chiedere?». Le donne, per lo più nigeriane, ci guardano con un misto di scetticismo, ironia, e disperazione. «La libertà», risponde una e le altre annuiscono. Non parlano volentieri le donne, tranne una anziana rom che racconta di essere in Italia dal 1970 e di avere in questo paese partorito dieci figli che però non sono italiani e, stando così le cose, non lo saranno mai.
Andiamo nelle «gabbie» degli uomini. Lo scenario non cambia: doppie file di sbarre alte oltre tre metri e dentro stanze come tane per orsi, fatiscenti. Chi varca quei cancelli non ha i diritti che spettano ai detenuti né la dignità che spetta a ogni cittadino. Ponte Galeria è il luogo della sospensione di tutto, non devi neppure scontare una pena che non hai commesso. È una zona grigia, è una terra di nessuno nella quale non c'è legge se non quella di chi comanda. Come si può spiegare altrimenti, quello che anche a noi consiglieri è capitato? Mentre rivolgevamo anche agli uomini le medesime domande: «Cosa chiedete? Siamo del Consiglio regionale, avete domande da porci?» la musica è cambiata. Man mano che giovani e meno giovani, nigeriani e bosniaci, rom e richiedenti asilo, tunisini e est europei ci si facevano incontro per parlare, raccontare, spiegare, chiedere, il funzionario di polizia Baldelli ha cominciato a spingerli, a intimare loro di farsi da parte, ci ha tolto di mano la penna con la quale stavamo prendendo appunti, ha preteso che gli consegnassimo il blocchetto, ci ha spinto verso l'uscita.
E non sono mancati i toni sfottenti: a un giovane che si lamentava di non poter nemmeno comperare un deodorante, Baldelli ha risposto, noi testimoni: «Ma a cosa serve a te un deodorante?». Se non possiamo prendere appunti, anche se è la prima volta che ci capita, gli diciamo, possiamo almeno lasciare il nostro biglietto da visita? Negato. Mentre siamo costretti ad allontanarci, riusciamo appena a lasciare ai reclusi il nostro numero di telefono. Da quel momento, è un continuo squillare del telefono per chiamate dal Cie alle quali non sappiamo se potremo dare risposte. L'ultima, arrivata qualche minuto fa, ci diceva che il funzionario, evidentemente irritato, ha detto ai reclusi: «Voi da qui ve ne andrete solo quando io lo deciderò».

Anna Pizzo


Anna Pizzo è nata a Roma cinquantaquattro anni fa. E' laureata in filosofia e con Rossana Rossanda, coordina Antigone, la rivista dell'emergenza. E' Capo servizio del sociale, Capo redattore, coordinatrice de il manifesto mese e di Extra. Candidata dal PRC è nominata Consigliere Regionale nel maggio 2005. In Regione ricopre l'incarico di Consigliere Segretario dell'Ufficio di Presidenza.